Una rivoluzione sfuggita a molti

LA PRIVATIZZAZIONE 

DELL'ACQUA POTABILE

Inchiesta a cura di Ersilio Mattioni

E' una delle più imponenti rivoluzioni della storia: la privatizzazione dell’acqua potabile. Già, perché in Italia, dalla metà degli Anni Novanta, è vigente la legge Galli. La quale, nel 2002, ha obbligato gli enti locali a indire aste pubbliche per affidare la gestione dei propri impianti a un unico soggetto. Obiettivo: risparmiare, razionalizzare, fare ordine. L’intento è nobile. Tant’è che la normativa ha raccolto, da destra a sinistra, grande consensi. Addio all’acquedotto di paese: troppo costoso e ormai vetusto. Il campanile non basta più, serve una modernizzazione. E serve, soprattutto, osservare il fenomeno con uno sguardo globale.

I tecnici lo chiamano ‘ciclo integrato delle acque’. Il che, in termini più comprensibili, sta a indicare la gestione di un processo lungo e delicato: dalla captazione delle risorse idriche e alla conseguente distribuzione ai cittadini, dalla depurazione dei reflui inquinati al nuovo utilizzo. Senza escludere la manutenzione degli impianti: gli acquedotti e le reti fognarie. Ogni comune, fino all’anno scorso, provvedeva da sé. Oggi tutto è cambiato. Con l’applicazione della legge Galli il ‘ciclo integrato delle acque’ sarà nelle mani di un unico soggetto. Il più delle volte si tratta di una società privata. E gli ambientalisti di tutto il mondo hanno già lanciato l’allarme: un bene prezioso come l’acqua potabile, dicono, ha smesso di essere patrimonio pubblico ed è nelle mani di cinque multinazionali.  Devastanti sarebbero le conseguenze, a cominciare dalle tariffe per gli utenti che, secondo le stime, crescerebbero anche di cinque-sei volte. In Italia, dove il prezzo dell’acqua è sempre stato ‘politico’, i rischi sono persino maggiori. Lo confermano i dati della provincia di Como, dove la nuova normativa è in vigore e i prezzi sono schizzati alle stelle. Si registra però qualche eccezione: in un’ampia zona della provincia di Milano, per trent’anni, le risorse idriche saranno gestite da Aemme Acqua spa: una società competitiva sul mercato che vanta un patrimonio interamente pubblico, dal momento che gli azionisti sono i sindaci di sessantaquattro comuni. A capo dell’importante struttura c’è Alessandro Folli – già consigliere regionale e oggi presidente di Tutela del Magentino spa, il consorzio che ha  agevolato la nascita di Aemme Acqua – che assicura: “Nessun aumento sarà messo in carico agli utenti”. Situazioni diverse, in una sola regione: c’è chi è stato più fortunato, chi meno. E’ davvero così semplice? Non lo è. Innanzitutto perché l’applicazione della legge Galli ha creato i famigerati ‘ato’: si tratta di ‘ambiti territoriali ottimali’ che coincidono con le province. Ogni ‘ato’, pertanto, avrà un gestore che si farà carico del ‘ciclo integrato’ con gli stessi servizi per tutti al medesimo prezzo. Le prime proteste sono giunte dai comuni del Varesotto, un territorio che ospita molte cittadine (le cui falde si trovano a trecento metri sottoterra) e molte comunità montane (che ricevono l’acqua potabile con il vecchio sistema della caduta libera). Da ciò l’obiezione: come si può fissare un unico prezzo? Un montanaro pagherebbe la stessa tariffa di un abitante della moderna Varese. Il che sarebbe un’ingiustizia. Ma la legge, da quando esiste, è impersonale. Non fa sconti, in particolare ai più deboli. Del resto – se a gestire il ‘ciclo integrato’ si ritrova una società privata – non si può pretendere che un imprenditore faccia beneficenza. Ed eccoci al punto: era proprio indispensabile privatizzare l’acqua? La domanda non è eludibile.

“In nome dell’acqua – assicura Emilio Molinari, ex senatore dei Verdi e uno dei più autorevoli esperti in materia – si combatteranno le guerre più spietate”. Queste parole, pesanti come pietre, non sono soltanto uno slogan. La quantità di acqua potabile è in costante diminuzione sul pianeta: oggi è un bene prezioso, domani potrebbe diventare un bene raro. Chi lo gestirà e ne fisserà il prezzo, disporrà di un’arma di ricatto potentissima. Così come – prima dello sviluppo dell’energia nucleare – fecero i Paesi produttori di petrolio, il celebre ‘oro nero’: l’Occidente ricorda ancora le crisi energetiche degli Anni Settanta. Perciò l’acqua è stata ribattezzata con l’appellativo di ‘oro bianco’, quasi a indicare una profezia: se per le risorse petrolifere siamo stati pronti a tutto, per quelle idriche saremo disposti a fare ancora di più. Il consumo di ‘oro bianco’, dal 1900 all’inizio del nuovo millennio, è cresciuto a dismisura: di circa il trenta percento. Europa, Stati Uniti d’America e Giappone non avvertono alcuna crisi, mentre nel resto del mondo le cose vanno in maniera diversa: un miliardo e quattrocentomila persone, sparse tra Africa, Asia e America Latina, non hanno accesso all’acqua potabile. E ogni anno oltre due milioni di esseri umani (in prevalenza bambini) muoiono, perché non possono bere. Eppure si tratta di terre ricche di fiumi e di laghi, cioè di acqua depurabile. Chi costruirà gli impianti nel Terzo e nel Quarto Mondo? Chi rifornirà un Occidente sempre più bisognoso di risorse idriche per alimentare la propria ricchezza? Lo faranno le nuove multinazionali, le stesse che hanno inventato il business delle sigarette, delle catene alimentari, della moda prêt a porter. A quale prezzo? Non è dato sapere.

Per concludere, uno sguardo in casa nostra. In Italia, dove si evidenzia un dato preoccupante: novecentotanta metri cubi di acqua impiegata, per ogni abitante e ogni anno. E’ un record, imbattibile in Europa: segno che gli appelli a razionalizzare i consumi sono caduti nel vuoto. In Lombardia, dove un referendum avrebbe potuto correggere le anomalie della legge Galli con l’introduzione di salvaguardie e con una certa autonomia lasciata ai comuni. L’iniziativa è fallita. E ormai è troppo tardi per intervenire. In provincia di Milano, dove invece si registra una significativa eccezione. L’ambito territoriale ottimale è stato diviso in tre: per i prossimi trent’anni Brianzacqua gestirà la zona di Monza, Mia Acqua si occuperà della zona sud, Aemme Acqua – sulla cui attività concentreremo la nostra attenzione – si farà carico del nord-ovest. L’azienda presieduta da Alessandro Folli copre un’area vasta: dal territorio di Rho e Pero fino alla valle del Ticino, dai paesi che gravitano attorno ad Abiategrasso, Magenta, Legnano e Castano Primo fino alle porte di Malpensa. Il totale è impressionante: sessantaquattro comuni in un bacino di settecentoquarantamila abitanti, con la gestione di novantanove milioni di metri cubi di acqua in un anno. Aemme Acqua, come detto, ha un capitale pubblico. Saranno i sindaci a decidere: sulla gestione, sugli investimenti e, soprattutto, sulle tariffe. La situazione può considerarsi sotto controllo, perlomeno oggi. Sul futuro non ci sono certezze: la privatizza zione dei settori redditizi galoppa. E l’acqua potabile, fuori da ogni allarmismo, è tra questi. Senza ombra di dubbio. Alla politica l’arduo compito di arginare la deriva.

 

Intervista ad Alessandro Folli presidente di Aemme Acqua

Da due anni è alla guida di Tutela Ambientale del Magentino (Tam), una società per azioni a capitale pubblico. E da pochi mesi è presidente di Aemme Acqua, la olding che raccoglie le 8 aziende a capitale pubblico che operano sul territorio e che raggruppano sessantaquattro comuni. Aemme gestirà per il prossimo trentennio l’acqua potabile del nord-ovest della provincia di Milano: dal territorio di Rho e Pero fino alla valle del Ticino, dai paesi che gravitano attorno ad Abiategrasso, Magenta, Legnano e Castano Primo fino alle porte di Malpensa. Alessandro Folli non nasconde la soddisfazione per il lavoro svolto e difende la legge Galli, anche se ammette che la partita è appena cominciata e che serviranno investimenti ingenti. L’area di competenza di Aemme Acqua è vasta: settecentoquarantamila abitanti, con la gestione di novantanove milioni di metri cubi di acqua in un anno. Tam – un caso raro – chiude i suoi bilanci in attivo e vanta un giro d’affari di oltre ventisei milioni di euro, con un altro milione e mezzo che, ogni anno, viene investito nell’efficienza degli impianti. Quattro sono i depuratori: a Bareggio, a Turbigo, a Nosate e a Robecco sul Naviglio, dove Tam ha sede. Quest’ultimo è uno dei depuratori più moderni e tecnologici d’Italia, nonostante i trent’anni di vita.

 

Presidente Folli, da più parti viene lanciato l’allarme. La privatizzazione dell’acqua potabile porterà con sé, in modo inevitabile, l’aumento delle tariffe?

“Lo escludo in modo categorico, almeno per quanto riguarda il nostro caso. Aemme Acqua è una società a capitale pubblico che vuole rimanere tale. Questo offre garanzie importanti agli utenti. Altra cosa sono gli investimenti: se vogliamo adeguare gli acquedotti, le reti di distribuzione e gli impianti fognari, è ovvio che si renderanno necessari ingenti investimenti. Tutto ciò ha un costo. Ma non ha nulla a che vedere con l’aumento del prezzo dell’acqua. Si tratta, più semplicemente, di adeguare strutture vetuste”.

  La legge Galli, insomma, era proprio necessaria?

“Direi  di sì. Chi vive i problemi legati al ‘ciclo integrato delle acque’, non può avere dubbi: serviva da tempo una razionalizzazione. Altrimenti i costi di gestione, per gli enti locali, sarebbero diventati insostenibili. Questo, alla lunga, avrebbe avuto conseguenze pesanti sull’efficienza degli impianti. Con un unico gestore, invece, vengono sgravati i comuni anche dalle questioni più spinose, quelle legate alla manutenzione degli acquedotti e delle reti”.

  Aemme Acqua sarebbe la soluzione, dunque. Ma si tratta di una società solida?

“In provincia di Milano c’erano ottanta aziende che, a titolo diverso, si occupavano della gestione dell’acqua potabile. Oggi siamo rimasti in tre. E Aemme Acqua è l’unico soggetto di tutto il nord-ovest, avendo assorbito tutte le municipalizzate: è di certo un risultato importante, i cui riflessi hanno un carattere nazionale. Non a caso il modello che abbiamo realizzato viene indicato come quello da seguire”.

  Però anche Aemme Acqua dovrà privatizzare una parte del suo patrimonio, il quaranta percento. Lo prescrive la legge Galli…

“In realtà si tratta di privatizzare il servizio dell’erogazione. E in quel caso l’intervento di operatori privati non può che essere utile in quanto con l’apporto dei loro capitali si potranno realizzare nuovi e importanti investimenti per la modernizzazione delle reti, senza che questi interventi gravino sul capitale pubblico. Ma il patrimonio della Società resterà sempre di proprietà dei comuni che costituiscono  il nucleo fondamentale di Aemme, questo a totale garanzia degli utenti. Lo ha deciso l’assemblea dei sindaci (che sono gli azionisti) lo scorso 9 febbraio. Penso che si sia trattato di una scelta strategica condivisibile”.

Presidente, davvero nessuna paura per il futuro?

“No. Il futuro pone molte sfide. Una su tutte: il ‘ciclo integrato’. Il nostro compito non è solo quello di distribuire l’acqua potabile. Dobbiamo raccoglierla, depurarla e riutilizzarla, soprattutto per l’industria e l’agricoltura. Troppe risorse idriche vengono disperse. Lì si deve intervenire con fermezza e oggi, finalmente, siamo attrezzati per farlo”.